The Last Guardian – Recensione

PS4

E’ davvero difficile recensire The Last Guardian. Difficilissimo. Le fasi di gioco necessarie per scrivere la recensione sono state caratterizzate da un susseguirsi di emozioni ed impressioni estremamente altalenanti.
“Wow, stupendo”.
“Mamma mia che controlli però, ma come si fa nel 2016…”.
“Bello, bellissimo, si merita almeno 9”
“No dai, ma che fa la telecamera? Vabbè, altro che 9…”
“Emozionante, mi ricorderò per anni questa sequenza!”

Ecco, più o meno giocare a The Last Guardian è stato così. Un susseguirsi di ottime sensazioni e situazioni di gioco epiche, a tratti esaltanti, e di momenti di sconforto dovuti ad alcuni difetti che rovinano l’esperienza di gioco, difetti poi particolarmente odiosi perchè ci risvegliano da quell’incanto che solo i giochi targati Fumito Ueda (autore di Ico e Shadow of The Colossus) sanno regalare.

Un’attesa lunga oltre 10 anni

La storia travagliata di The Last Guardian è nota ai più: Fumito Ueda, autore di Ico e Shadow of The Colossus, aveva abbandonato la Sony nel 2011 senza aver portato a termine il gioco. Poi, a sorpresa, il gioco riappare con un trailer durante l’E3 2015, ed esce finalmente sul mercato in questo fine 2016. Ci sono voluti quindi circa 11 anni (Shadow of The Colossus risale al lontano 2005) perchè Ueda riuscisse a portare a compimento la sua opera più difficile: il racconto epico ed emozionante del viaggio di un bambino che si risveglia in una caverna (senza ricordare come e perché ci sia finito) con accanto il gigantesco e mitologico animale Trico.

E forse è proprio il peso di questi 11 anni ad aver condizionato (forse troppo) i tanti giudizi su The Last Guardian. Come spesso accade, infatti, se aspetti troppo qualcosa c’è il rischio di veder crescere a dismisura le aspettative, con il risultato di vederle puntualmente deluse perché ormai eccessivamente ingigantite. Cercando invece di giudicare The Last Guardian come prodotto a sè, è innegabile che Ueda e Sony riescano a raggiungere vette poetiche, spettacolari ed emotivamente coinvolgenti come raramente se ne vedono in un videogioco, capaci di incantare chi ha amato Ico e Shadow of The Colossus (titoli con cui condivide atmosfere e, parzialmente, stile grafico).

Il titolo Sony regala momenti unici ed emozionanti con un forte taglio cinematografico. Persino la musica è completamente assente per gran parte del gioco, pronta però ad esplodere in melodie epiche ed appaganti nei momenti più importanti e spettacolari della storia. Da questo punto di vista, The Last Guardian non delude assolutamente chi si aspettava una nuova opera poetica ed artistica firmata Fumito Ueda. Alcune sequenze, ma in generale un po’ tutta l’atmosfera presente nel gioco, sono probabilmente destinate a rimanere impresse nella vostra memoria negli anni a venire.

Avete presente quando, magari ricordando qualche gioco del passato, vi rendete conto che vi è rimasto nel cuore per le emozioni che vi ha regalato più che per una fredda analisi di pregi e difetti? Ecco, con The Last Guardian potrebbe accadere esattamente la stessa cosa, ritrovandovi tra qualche anno a dire: “Eh, ma quant’è stato bello con quel viaggio con Trico?“.

Anche perché, a conti fatti ed evitando gli spoiler come la peste, possiamo in ogni caso dire che è Trico il vero protagonista del gioco, ritrovandoci spesso a sentirci più come un compagno di viaggio, guardandolo e chiamandolo a ripetizione come se, senza di lui, noi non fossimo davvero capaci di fare nulla.

Amami, con tutti i i miei difetti

Si perchè i difetti, in The Last Guardian, davvero non mancano. Ce ne sono principalmente due, in parte legati probabilmente alla lunga fase di sviluppo iniziata su generazioni precedenti di console. Il primo punto debole è sicuramente il sistema di controllo, spesso estremamente impreciso. In molte situazioni infatti, arrampicandovi su Trico o lungo alcune pareti del mondo di gioco, vi ritroverete a lottare con animazioni imprecise ai limiti dell’assurdo, che nel 2016 fanno davvero sorridere (o piangere, a seconda dei punti di vista…). Il secondo difetto, forse ancora peggiore, è la telecamera: il sistema di inquadratura infatti, specie al chiuso e complici le enormi dimensioni di Trico, vi farà ritrovare in alcune situazioni di gioco in cui vi sarà letteralmente impossibile capire persino cosa stia succedendo su schermo. Si tratta di due difetti purtroppo non marginali e spesso ricorrenti nel gioco, che minano un’esperienza di gioco altrimenti stupenda.

A questo punto della recensioni, se avete sbirciato già il voto a fondo pagina potreste chiedervi: “Ma con due difetti del genere gli avete dato un voto così alto?” Ebbene si, alla fine abbiamo deciso di premiare The Last Guardian con un voto alto, dopo tante indecisioni, perché si tratta di un gioco unico nel suo genere, grandioso ed emozionante. Una vera opera d’arte, che nonostante i difetti riesce comunque a rimanere impresso negli occhi anche una volta spenta la console.

The Last Guardian è arte, e l’arte non è per tutti

La nuova opera di Fumito Ueda, nonostante il parto travagliato, riesce a raggiungere nuovamente le vette poetiche, artistiche, epiche e grandiose di Ico e Shadow of The Colossus. Ma badate bene, non è un gioco per tutti, perché i pessimi controlli ed una telecamera che a volte rende impossibile seguire cosa stia succedendo in alcune sequenze di gioco (specie negli spazi chiusi) potrebbe risultare davvero difficile da digerire per chi analizza più “freddamente” i videogiochi (cosa assolutamente lecita, del resto). Per chi invece riesce ad andare oltre, The Last Guardian è uno di quei giochi destinati ad emozionarvi ed incantarvi,e a restarvi nel cuore per davvero tanto, tanto tempo.

Pro

  • Epico, grandioso, emozionante e poetico
  • Graficamente affascinante

Contro

  • Controlli estremamente imprecisi
  • Telecamera quasi inutile negli spazi chiusi
9

Da non perdere

Webmaster secoli fa di AniGames.it e PlayNow.it, ora Founder di Videogiocare.it. Appassionato di tecnologia in generale e videogiochi in particolare, inizia il cammino di gamer con una introvabile Irradio TVG 888, per poi innamorarsi completamente del Commodore 64. Il resto è storia. Il suo motto è: "Questo è un problema per il Fabio del futuro".

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