Esistono giochi capaci di far scomparire il controller dalle mani, di annullare la distanza tra chi guarda lo schermo e chi lo abita. Onimusha: Way of the Sword, primo vero ritorno della serie Capcom dopo vent’anni di silenzio, appartiene a questa rarissima categoria. Non è semplicemente un buon gioco d’azione con una storia dignitosa al seguito: è un’opera in cui ogni scontro di spade, ogni parata perfetta, ogni secondo di puro istinto si trasforma in qualcosa di quasi trascendentale.
È raro trovare un titolo capace di far innamorare tanto del proprio protagonista quanto del proprio sistema di combattimento, ma Way of the Sword ci riesce con una naturalezza disarmante.
Musashi e una Kyoto demoniaca
Onimusha: Way of the Sword reinterpreta liberamente la figura storica di Miyamoto Musashi, leggendario spadaccino qui vittima, insieme al suo rivale Sasaki Ganryu, di un attacco dei Genma, creature demoniache emerse dagli inferi. Riportato in vita da una figura misteriosa, Musashi si ritrova costretto a indossare un guanto Oni capace di assorbire le anime dei nemici sconfitti, già abitato dallo spirito di una donna di nome Shizuka. Con questo nuovo potere, Musashi si unisce all’Onimusha Takamura, custode del portale che separa il mondo dei vivi dagli inferi, e alla sua assistente Okuni, per proteggere Kyoto dalla corruzione della Malice che sta deformando ogni cosa. Ma Musashi non è l’unico a ricevere un guanto: anche Ganryu ne possiede uno, capace di nutrirsi tanto di anime umane quanto di quelle demoniache.
La trama merita di essere scoperta senza troppe anticipazioni, ed è costruita più sui personaggi che sull’intreccio in sé. Al centro di tutto c’è un Musashi straordinariamente carismatico: risente del potere che gli è stato imposto, perché non se lo è guadagnato con le proprie forze, e l’unico modo per liberarsi del guanto è nutrirlo di anime di Genma a sufficienza da guarirlo. È rude, a tratti arrogante, ma proprio questa spigolosità lo rende irresistibile da seguire, capace di rispondere per le rime tanto a parole quanto di spada mentre affronta demoni con un’eleganza brutale che lascia senza fiato. Le cutscene sono realizzate con una cura tale da restare impresse a lungo, e il volto di Musashi, ispirato al leggendario attore Toshiro Mifune, riproduce con fedeltà sorprendente persino i suoi gesti caratteristici, un’operazione delicata gestita con grande rispetto e intelligenza.
Il legame tra Musashi e i personaggi che lo circondano è il vero cuore emotivo dell’opera. Guardarlo passare dal chiamare Shizuka semplicemente “donna del guanto” a una partnership indissolubile è un piccolo capolavoro di scrittura, reso ancora più efficace da alcune tra le migliori animazioni facciali mai viste in un videogioco. Shizuka, in particolare, non è mai relegata al ruolo di semplice spalla motivazionale: è trattata come pari di Musashi in ogni momento, e la loro relazione di reciproca dipendenza è raccontata con una maturità rara nel genere.
Il doppiaggio giapponese, con Yoshimasa Hosoya nei panni di Musashi e Aya Endō in quelli di Shizuka, è semplicemente straordinario, e resta la scelta consigliata rispetto al comunque ottimo doppiaggio italiano, per restituire appieno l’atmosfera del Giappone feudale in cui la storia è ambientata.
Un sistema di combattimento straordinario
Kyoto funge da base operativa ma anche da vero campo di battaglia: gran parte del tempo si trascorre eliminando Genma, chiudendo le fratture dimensionali che li generano e distruggendo le piante corrotte dalla Malice che infestano la città, aprendo progressivamente nuove aree da esplorare. Musashi e Shizuka si spostano anche in location distinte, templi, montagne, foreste, persino il palazzo imperiale, ognuna con un’identità visiva e atmosferica ben definita. La struttura ricorda più uno schema a raggiera che un vero open world, ma la quantità di materiali da scoprire per potenziare spada, equipaggiamento e guanto Oni incentiva costantemente l’esplorazione.
Il combattimento di Musashi si basa su attacchi leggeri e pesanti concatenabili in combo brevi, senza alcun consumo di resistenza, nemmeno per la corsa in combattimento: Musashi è sempre al massimo delle sue possibilità. Ma è sul fronte difensivo che il sistema raggiunge la sua massima espressione. Oltre alla parata standard, Musashi dispone di schivata, parry, deviazione e il devastante contrattacco Issen, eseguibile con un tempismo millimetrico. Ogni opzione ha pregi e difetti propri: la schivata è la più affidabile ma meno punitiva, il parry consuma la resistenza nemica aprendo varchi per punizioni ulteriori, la deviazione erode enormi quantità di resistenza avversaria (e fa malissimo se usata per rispedire un proiettile al mittente).
Il vero gioiello del sistema resta l’Issen: premendo il tasto d’attacco nell’istante esatto in cui il nemico sferra il proprio colpo, Musashi scompare letteralmente per riapparire altrove, scatenando un contrattacco che infligge danni enormi e prosciuga la resistenza avversaria. Concatenare più Issen in rapida successione permette di eliminare gruppi di nemici minori in un istante, mentre attaccare nello stesso momento di un avversario innesca uno scontro di lame che va risolto premendo il tasto opposto rispetto all’attacco iniziale. Sono meccaniche che tengono costantemente all’erta, capaci di trasformare ogni scontro in qualcosa di imprevedibile.
Ogni tecnica ha un ruolo preciso nell’economia del combattimento. La parata semplice va usata come ultima risorsa, perché esaurisce la resistenza fino a spezzare la guardia in caso di eccesso. La schivata perfetta contro attacchi disarmati riempie un indicatore speciale che, una volta pieno, attiva la potentissima Schivata Riflessa. Il parry riuscito carica invece l’indicatore che infiamma la spada di Musashi, potenziandone i danni, mentre la deviazione è l’arma ideale contro i nemici corazzati, altrimenti quasi immuni agli attacchi base, permettendo di concentrarsi sull’annientamento della loro resistenza fino allo stordimento e alla devastante esecuzione Break Issen.
L’Issen resta comunque un’arma a doppio taglio: non funziona contro ogni tipo di attacco, e mancarlo lascia completamente scoperti al colpo in arrivo. Ma proprio perché gli attacchi più telegrafati (e più letali) sono anche i bersagli ideali per questa tecnica, il rischio calcolato diventa parte integrante della strategia. Quando la componente tecnica e quella visiva si allineano, ogni scontro con i boss assomiglia a un vero e proprio duello tra individui, non a una semplice sequenza di animazioni preimpostate.
Anime e boss memorabili
Ogni nemico sconfitto rilascia anime di diverso colore: quelle gialle curano, quelle rosse fungono da valuta per potenziare abilità specifiche, quelle blu ricaricano gli Armi Oni, armi speciali ad alto danno ma dipendenti da un indicatore limitato. Contro i boss, i Break Issen permettono di scegliere un punto debole da colpire: quelli segnati in rosso infliggono danni enormi, quelli viola dimezzano il danno ma garantiscono anime aggiuntive, un dettaglio strategico che aggiunge un ulteriore strato decisionale a ogni confronto.
La sensazione di padronanza che Onimusha: Way of the Sword restituisce quando tutto va per il verso giusto è qualcosa di raro. I boss dispongono spesso di fasi multiple con barre vita separate, e proprio quando si crede di aver imparato i pattern di una fase, quella successiva ribalta completamente le carte in tavola. Ogni errore ha un costo doppio: si perde salute, ma anche le anime necessarie per recuperarla. E i boss stessi possono assorbire anime, potenziandosi con nuove abilità normalmente riservate alle fasi successive se lasciati accumulare troppa energia.
Vario e tecnicamente sorprendente
Il comparto opzionale di Onimusha è sorprendentemente solido. Le missioni secondarie affidate da Lady Murasaki, scrittrice il cui spirito è rimasto nel mondo dei vivi per raccontare storie, spingono a indagare su vicende umane toccanti o bizzarre, spesso collegate tra loro in narrazioni più ampie che la stessa Murasaki trascrive man mano che vengono completate. Altri incarichi, pur meno elaborati, offrono comunque momenti divertenti o toccanti, come la ricerca dei Komainu smarriti, ciascuno capace di regalare un racconto tratto dalla mitologia giapponese. Anche l’esplorazione dei portali nascosti legati a Shizuka arricchisce ulteriormente la sua caratterizzazione, oltre a sbloccare nuovi livelli negli alberi delle abilità. Nelle battute finali dell’avventura, però, la formula di alcune di queste missioni comincia a mostrare una certa ripetitività, con obiettivi e strutture che si ripropongono senza grandi variazioni rispetto a quanto già visto in precedenza.
Gli alberi delle abilità, i ciondoli equipaggiabili e i potenziamenti statistici però non risultano mai superflui: ogni oggetto trovato esplorando Kyoto e le altre aree spinge naturalmente a proseguire la ricerca, a trovare percorsi alternativi verso zone bloccate e a sbloccare scorciatoie per rendere più agevoli i ritorni futuri. Alcuni miniboss, come il Byakue e il Dohatsu-ten, ricompaiono più volte nel corso dell’avventura e delle missioni secondarie, una consuetudine tipica della produzione Capcom che, lungi dal risultare fastidiosa, offre l’occasione di mettere alla prova le proprie abilità acquisite nel tempo.
Abbiamo giocato a Onimusha: Way of the Sword su PS5 Pro, e il gioco sfrutta bene la potenza aggiuntiva della console. Il framerate resta stabile e fluido anche negli scontri più concitati con più nemici a schermo, elemento fondamentale in un sistema di combattimento che richiede tempismo millimetrico per parry, deviazioni e Issen. Il dettaglio delle animazioni facciali, già di per sé straordinario, beneficia ulteriormente della risoluzione più alta, così come la resa degli ambienti di Kyoto e delle aree circostanti, ricche di particolari architettonici e naturalistici che la potenza extra della console valorizza pienamente. Non abbiamo riscontrato cali di prestazioni degni di nota nell’arco dell’intera avventura.
Onimusha: Way of the Sword è un ritorno trionfale per una serie rimasta in silenzio per due decenni. Il sistema di combattimento, incentrato sull’Issen e su una gestione difensiva stratificata, premia la precisione e la pazienza con una soddisfazione rarissima nel panorama action contemporaneo. La narrazione, guidata da un cast memorabile e da un protagonista magnetico, arricchisce ogni sequenza senza mai appesantirla. Le missioni secondarie e i sistemi di progressione si integrano perfettamente nel tessuto dell’esperienza complessiva. È il tipo di gioco che si ricorda a lungo dopo i titoli di coda, capace di trasformare la sfida in qualcosa di profondamente personale.
The Review
Onimusha: Way of the Sword
Un capolavoro che fonde combattimento perfetto e narrazione memorabile. Onimusha: Way of the Sword segna il ritorno trionfale di una serie rimasta silente per due decenni, con un sistema di combattimento costruito attorno all'Issen che premia precisione, pazienza e rischio calcolato come pochi altri action degli ultimi anni. Musashi è un protagonista magnetico, la scrittura sa toccare corde autentiche senza mai risultare pesante, e le missioni secondarie arricchiscono un'esperienza già straordinaria di per sé. Un'opera che si ricorda a lungo dopo i titoli di coda.
PRO
- Sistema di combattimento tra i più soddisfacenti mai realizzati nel genere
- Musashi è uno dei protagonisti più carismatici e memorabili degli ultimi anni
- Narrazione curata, con un cast di personaggi che cresce e si sviluppa in modo genuino
- Missioni secondarie di qualità sorprendente, in particolare quelle di Lady Murasaki
- Animazioni facciali e direzione artistica di altissimo livello
CONTRO
- Alcuni miniboss ricompaiono con frequenza notevole nel corso dell'avventura
- Alcune missioni secondarie mostrano una certa ripetitività nelle fasi finali















