Remnant: From the Ashes, la recensione del nuovo survival dagli autori di Darksiders 3

PC PS4 XBOX

Fin dai primi video e dalle prime informazioni diffuse in rete su Remnant: From the Ashes, non era ben chiaro quale gioco aspettarsi. Che si trattasse di un action in terza persona era piuttosto evidente, ma non era chiaro quanto le promesse di un survival post-apocalittico sarebbero state mantenute, o se il gioco avrebbe virato con decisione su meccaniche di stampo puramente action.

In ogni caso, visto che avevo decisamente apprezzato Darksiders 3, ero piuttosto curioso di provare la nuova opera dei talentuosi programmatori di Gunfire Games, ed è stato quindi con estrema curiosità che mi sono tuffato su questo Remnant: From the Ashes.

Dopo aver impiegato circa 20 ore per terminare la campagna del gioco, grazie ad un codice review fornito dal publisher, eccomi finalmente pronto per raccontarvi le mie impressioni su questo titolo uscito in sordina, considerato come una produzione minore, e che ha invece fascino da vendere.

Un Dark Souls con armi da fuoco

Chi, come il sottoscritto, è un fan della serie Dark Souls, o chi conosce comunque abbastanza bene almeno un titolo della saga, probabilmente avrà le stesse impressioni che ho avuto io durante i primi minuti di gioco: “Sembra Dark Souls con pistole e fucili.”

Del resto i richiami all’opera di Miyazaki sono piuttosto evidenti: a cominciare dalle schivate rotolate come sistema di difesa dai nemici, proseguendo con un livello di difficoltà punitivo (e a tratti, diciamolo, quasi frustrante), per arrivare addirittura alla fiaschetta (qui chiamato Cuore di Drago) per curarvi, e alla nebbia da attraversare prima di accedere ad una boss fight.

Considerare pero Remnant: From the Ashes un semplice clone di Dark Souls con armi da fuoco sarebbe riduttivo e inesatto, visto che ci sono anche moltissime differenze rche emergono in maniera decisa non appena ci si addentra più in profondità nel gioco.

La prima è che, nonostante il livello di difficoltà decisamente alto, non esiste la necessità di tornare dove siamo morti per non perdere i nostri scarti (ossia la moneta del gioco, necessaria per migliorare armi ed equipaggiamento). Una piccola ma enorme differenza, visto che così non perderemo mai quanto abbiamo faticosamente guadagnato, e ogni morte (e saranno tante, ve lo assicuro…) non sarà vana, visto che conserveremo comunque il nostro prezioso bottino.

La seconda è senza dubbio l’utilizzo delle armi da fuoco, caratterizzo da un ottimo shooting system, davvero ben fatto e completamente diverso dai combattimenti dall’arma bianca dei vari Souls. È vero che il vostro alter ego, indipendentemente dal tipo di personaggio che creerete ad inizio gioco, avrà anche un arma da mischia sempre a fianco, ma la maggior parte del tempo la passerete sicuramente sparando e raccogliendo preziosissime munizioni.

Mal comune, mezzo gaudio

Remnant: From the Ashes è un titolo che può essere giocato tranquillamente offline, in un tradizionale single player, ma è sicuramente in multiplayer che il titolo firmato Gunfire Games riesce a dare il suo meglio.

All’inizio di ogni sessione di gioco, infatti, sarà possibile scegliere tra tre diverse modalità: Offline, Amici e Pubblica. La prima vi farà giocare in solitaria, la seconda solo con eventuali amici online, e la terza vi permetterà di accogliere nella vostra partita altri giocatori.

Ed è proprio in queste modalità che Remnant riesce a dare il meglio di se: oltre ad risultare estremamente divertente (specie, inutile dirlo, con amici piuttosto che con giocatori sconosciuti), il livello di difficoltà si abbassa parecchio, facendo risultare il gioco ovviamente molto più accessibile rispetto alla modalità in solitaria, specie nelle boss fight più complicate.

Forse, alla fine della nostra impegnativa campagna, l’unico vero difetto del gioco è proprio questo. Non è il lato tecnico abbastanza povero (per quanto artisticamente ispirato) o la poca varietà di armi o armature rispetto ai Souls a non averci convinto appieno, quanto la necessità di dover aspettare (a volte anche per decine di minuti) che qualcuno si unisse alla nostra partita per riuscire a superare alcuni punti che, se affrontati da soli, risultavano quasi impossibili.

In ogni caso, al netto di questo difetto, Remnant: From the Ashes si è rivelato un gioco che ci ha davvero sorpreso e conquistato. La nuova fatica di Gunfire Games è la dimostrazione che una produzione minore (il gioco costa di listino 39,99 euro), se sostenuta da idee e meccaniche di gioco riuscite, riescono ad appassionare e a coinvolgere il giocatore molto più di produzioni maggiori ma “senza anima”.

Un gioco davvero sorprendente

Remnant: From the Ashes ci ha davvero sorpreso: parte in sordina, con un lato tecnico piuttosto povero e presentandosi quasi un semplice Dark Souls con armi da fuoco, e invece proseguendo nell’avventura abbiamo scoperto un gioco che ci ha conquistato, appagante, profondo, artisticamente ispirato e che ci lasciava quella costante voglia di tornare a giocare tra una partita e l’altra. Un titolo perfettamente godibile anche in single player ma che, complice un elevato tasso di difficoltà, riesce a dare il meglio di se in multiplayer, in particolar modo con amici ma anche semplicemente ospitando altri giocatori sconosciuti per affrontare insieme le battaglie più impegnative. Se amate i giochi survival più impegnativi, e in particolare i Souls-like, non fatevi sfuggire Remnant: From the Ashes, una bellissima sorpresa di questo 2019.

PRO

  • Un Souls con armi da fuoco, ma con una sua precisa identità
  • Artisticamente ispirato
  • Difficile ma appagante
  • Eccellente shooting system
  • Divertentissimo in multiplayer

Contro

  • Tecnicamente povero
  • Colonna sonora poco incisiva
  • In single player ha dei picchi di difficoltà estremi
8.3

Molto buono

Giornalista iscritto all'Ordine di Roma. Webmaster secoli fa di AniGames.it e PlayNow.it, ora fondatore di Videogiocare.it. Appassionato di tecnologia in generale e videogiochi in particolare, inizia il suo cammino con una introvabile Irradio TVG 888, per poi innamorarsi completamente del Commodore 64. Il resto è storia.

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