Quando si parla di videogiochi narrativi, il rischio è sempre lo stesso: restare intrappolati tra scelte che pesano meno di quanto promettono e ritmi che ricordano più un podcast che un gioco vero e proprio. Dispatch, invece, evita con agilità entrambe le trappole, tirando fuori un’avventura episodica che riesce dove tanti tentennano: raccontare una storia piena di cuore, ironia e supertute rotte… ma senza smettere mai di essere un videogioco. E lo fa mettendoci al fianco di un protagonista che ha perso tutto, tranne la voglia di capire chi è davvero.
Un mondo super sbagliato
La Los Angeles alternativa di Dispatch è un bizzarro condominio in cui convivono supereroi, alieni, demoni e gente che vuole solo andare al lavoro senza farsi travolgere da un mutante. Il tutto sotto l’occhio vigile – e molto aziendale – della SDC, una sorta di assicurazione para-supereroistica che “protegge” i cittadini… dietro pagamento, ovviamente.
In mezzo a questo caos c’è Robert “Mecha Man” Robertson, eroe declassato a operatore di call center dopo un’esplosione che gli ha fatto dire addio al suo iconico esoscheletro. Un downgrade professionale che Dispatch usa in modo brillante per raccontare un’antieroe stanco, ironico, ma incredibilmente umano.
Casi umani con superpoteri
La vera magia di Dispatch, però, passa dalla Z-Team, un manipolo di ex villain semiriformati, pieni di sarcasmo, problemi comportamentali e abilità fuori scala. Invisigal, Prism, Golem… ognuno riesce a essere allo stesso tempo irritante e irresistibile.
La forza del gioco sta proprio qui: nel modo in cui tratteggia questi personaggi. Non sono macchiette né buffoni mascherati, ma figure complesse, piene di rabbia, rimpianti e slanci umani inaspettati. Merito di una scrittura brillante e – soprattutto – di un cast vocale incredibile, che trasforma ogni scena in un mini-episodio di una serie TV.
Effetto Telltale che mancava da anni
Sotto il cofano, Dispatch è un ritorno al miglior stile Telltale: dialoghi a scelta multipla, quick-time events “di precisione” e un bel po’ di decisioni che influenzano umori, rapporti e piccoli snodi narrativi.
Non tutte cambiano davvero il corso della storia – e, onestamente, va bene così – ma tutte costruiscono un Robert credibile, personale, scritto “su misura” in base al modo in cui si risponde. Il risultato è una storia che scorre con ritmo, cuore e una sorprendente dose di humour nero.
L’altra metà di Dispatch è il suo minigioco gestionale: si assegnano eroi alle missioni, si leggono descrizioni, si valuta chi ha le statistiche adatte e si spera che qualcuno non mandi tutto all’aria. È una parte semplice ma estremamente coinvolgente, un modo intelligente per dare peso alle relazioni che si costruiscono nei dialoghi e rendere dinamico ciò che in altri giochi resterebbe solo testo.
Ogni successo migliora i membri della squadra, ogni errore può mandare qualcuno a casa ferito oppure – ancora peggio – fuori servizio per tutta la giornata. Ed è qui che ci si accorge che ci si è affezionati a quella banda di disastri ambulanti molto più del previsto.
Unico neo: gli enigmi di hacking
La parte meno riuscita sono gli hacking puzzle: labirinti 3D a tempo che vogliono fare gli originali, ma che finiscono per spezzare il ritmo e aggiungere una difficoltà che sembra fuori posto rispetto al tono generale.
Non sono terribili, ma non sono nemmeno all’altezza del resto: nel complesso, l’unico inciampo in un gioco che, per il resto, fila via davvero alla grande.
Dispatch, insomma, è una sorpresa rara: un’avventura narrativa che non si limita a imitare i classici del genere, ma li evolve con un’identità forte, una scrittura di livello, un cast impeccabile e un gameplay ibrido che funziona dal primo all’ultimo episodio. Un gioco che fa sorridere, riflettere, imprecare… e che, soprattutto, ricorda perché queste storie episodiche ci mancavano così tanto.
The Review
Un'avventura narrativa da non perdere
Dispatch è quella rarissima creatura che riesce a far convivere comicità tagliente, drammi da ufficio e un cast di super-tizi ingestibili in un’unica, irresistibile miscela. La scrittura affilata, i personaggi sfaccettati e il ritmo narrativo da serie TV rendono l’avventura un continuo saliscendi emotivo, mentre le parti gestionali aggiungono una tensione sorprendente e mai banale. Qualche hacking puzzle poco ispirato prova a frenarla, ma non ci riesce: il risultato è comunque una delle esperienze narrative più fresche degli ultimi anni. Un gioco che non si limita a raccontare cosa significa essere eroi: te lo fa vivere, sbagliare e capire.
PRO
- Scrittura brillante e personaggi memorabili
- Cast vocale spettacolare
- Gameplay ibrido sorprendentemente efficace
- Scelte che, pur non rivoluzionarie, rendono Robert davvero “tuo”
- Direzione artistica da fumetto moderno azzeccata
- Sottotitoli in italiano
CONTRO
- Gli enigmi di hacking spezzano il ritmo
- Alcune decisioni hanno un impatto minore del previsto









