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Naughty Dog, ti ricordi quando facevi i giochi nuovi?

Un silenzio che inizia davvero a fare rumore.

Libero "TecnologicMan" Zerini di Libero "TecnologicMan" Zerini
17 Giugno 2026
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C’è un momento, nella carriera di uno studio di sviluppo, in cui il silenzio smette di essere una virtù e comincia a sembrare una risposta. Naughty Dog è arrivata a quel momento, e forse non se n’è ancora accorta.

Parliamoci chiaramente: stiamo parlando di uno dei team più influenti nella storia dei videogiochi. Un nome che ha contribuito a definire l’identità di ogni generazione PlayStation a cui ha partecipato, con una coerenza quasi irritante. Crash Bandicoot ha trasformato una mascotte in un’icona culturale. La saga di Jak & Daxter ha sfruttato l’hardware PS2 con un’inventiva che in pochi riuscivano a replicare. E poi è arrivata la stagione d’oro della PS3, con tre capitoli di Uncharted e il primo, devastante The Last of Us sviluppati in parallelo. Sulla PS4, il ritmo non è rallentato: Uncharted 4, The Lost Legacy, The Last of Us Part II, un remaster del primo capitolo. Un catalogo che farebbe sembrare pigro qualsiasi altro studio.

Tutto questo rende ancora più straniante guardare cosa Naughty Dog ha consegnato nell’era PS5.

Un portfolio che guarda indietro

Due titoli. Un remake e un remaster. Ottimi, tecnicamente ineccepibili, rifiniti come ci si aspetterebbe da loro. Ma pur sempre operazioni che vivono del passato, non del futuro. In una generazione che prometteva di essere la più potente di sempre, Naughty Dog ha scelto di riesumare anziché costruire. E questo, per uno studio che ha sempre avuto il riflesso istintivo di reinventarsi, è quantomeno un segnale da non ignorare.

Non è una questione di qualità. Non si discute. È una questione di direzione, o meglio, della sua assenza percepita. Lo studio che una volta si muoveva come i suoi protagonisti – sempre in avanti, sempre verso qualcosa di nuovo – sembra essersi fermato a fare i conti con se stesso. E mentre lo faceva, una generazione intera è passata.

Va detto: The Last of Us Online era in lavorazione, e la sua cancellazione ha avuto un costo. Non necessariamente creativo )la scelta di non vincolarsi a un servizio live per anni è comprensibile, persino lungimirante) ma pratico. Ha lasciato un buco nel catalogo PS5 dello studio che nessuna patch ha potuto riempire. Nessun gioco online, e nel frattempo nemmeno un nuovo singolo giocatore. Una scommessa sul lungo periodo che nel breve ha significato: silenzio.

The Last of Us: una gabbia dorata

C’è poi un altro elemento da considerare, e tocca farlo con onestà. The Last of Us è diventato qualcosa di più grande di un videogioco. È una serie televisiva di successo, un franchise con merchandising, remaster, remake, versioni PC, e probabilmente già tre riunioni programmate per decidere cosa fare dopo la seconda stagione della serie. Tutto legittimo. Tutto comprensibile dal punto di vista commerciale.

Ma viene spontaneo chiedersi: a che prezzo? Uno studio può diventare il custode di un’unica IP senza perdere qualcosa di sé? Naughty Dog ha sempre avuto la capacità di cambiare pelle – da Crash a Jak, da Uncharted a The Last of Us, salti enormi di tono, di gameplay, di ambizione. Oggi sembra sempre più identificata con un solo universo narrativo, come se quella stessa identità fluida si fosse calcificata attorno a Joel ed Ellie.

Forse è solo una percezione distorta dall’esterno. Forse dentro lo studio il cambiamento è già in atto. Ma la percezione, nel mondo dell’entertainment, conta quasi quanto la realtà.

Intergalactic, dove sei?

Ed è qui che entra in scena Intergalactic: The Heretic Prophet, annunciato nel 2024, in sviluppo (stando alle dichiarazioni dello studio) già dal 2020. Un titolo nuovo, un’IP originale, quella cosa che tutti aspettavano da anni. Sulla carta, esattamente quello che serve.

Il problema è che Intergalactic non è più solo un nuovo gioco di Naughty Dog. È diventato il portabandiera di un’intera era, chiamato a rispondere per conto di una generazione in cui lo studio è stato quasi assente. Deve dimostrare che la creatività non si è inaridita, che il silenzio era strategico e non sintomatico, che c’è ancora qualcuno capace di definire il presente invece di restaurare il passato.

È un carico sproporzionato per qualsiasi gioco. Ma è quello che succede quando uno studio del calibro di Naughty Dog scompare per anni dalla scena creativa: ogni ritorno diventa un processo, non un lancio.

E il tempismo non aiuta. Con la prossima generazione di hardware che inizia a profilarsi all’orizzonte, il rischio concreto è che Intergalactic arrivi quando la PS5 ha già un piede fuori dalla porta. Non sarebbe la prima volta che un titolo ambizioso finisce per essere il canto del cigno di una generazione piuttosto che il suo manifesto.

Il paradosso di chi ha alzato troppo l’asticella

In fondo, il vero problema di Naughty Dog è uno solo: è vittima del proprio stesso standard. Ha abituato il pubblico a un ritmo e a una qualità talmente costanti che qualsiasi rallentamento viene letto come crisi. Un remake impeccabile da qualsiasi altro studio sarebbe un motivo di celebrazione. Da loro, diventa una domanda: “ma il gioco nuovo quando arriva?”

È una trappola che si costruisce da soli, anno dopo anno, capolavoro dopo capolavoro. E ora che il ritmo si è interrotto, il silenzio fa rumore.

Non è detto che la storia finisca male. Naughty Dog ha le risorse, il talento e – quando vuole – la visione per sorprendere ancora. Ma fino a quando Intergalactic non metterà i conti in paro, lo studio continuerà a essere raccontato più per quello che ha smesso di fare che per quello che sta costruendo. E questo, per un nome che ha scritto pagine fondamentali della storia videoludica, è forse la critica più tagliente di tutte.

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Libero "TecnologicMan" Zerini

Libero "TecnologicMan" Zerini

Chi è esattamente TecnologicMan? Chi si nasconde dietro quegli occhiali da sole a specchio, eredità di un terribile look anni 80 a cui rimane nostalgicamente attaccato? Non lo sa quasi nessuno. Quel che è certo è che è un giornalista che si diverte a guardare l'attuale mondo videoludico con l'occhio critico di chi ne ha viste tante, fin dai tempi di "Zzap!".

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