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RECENSIONE | Captain Tsubasa 2: World Fighters

Lo spettacolo prende il sopravvento su PS5, Xbox, PC e Switch

Andrea "Osso" Fiorini di Andrea "Osso" Fiorini
31 Agosto 2026
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C’è una domanda che chiunque abbia amato Holly e Benji si porta dietro da anni: è davvero possibile trasformare in un videogioco quel misto di iperbole, fisica impossibile e pathos sportivo che ha reso celebre l’opera di Yoichi Takahashi? Tamsoft aveva già dato una risposta parziale nel 2020 con Rise of New Champions, un titolo che flirtava con l’esagerazione senza mai abbandonare del tutto la struttura di un calcio arcade riconoscibile.

Con Captain Tsubasa 2: World Fighters, pubblicato da Bandai Namco a sei anni di distanza, lo studio giapponese decide invece di abbracciare senza riserve la teatralità della fonte originale, costruendo qualcosa che assomiglia più a uno show interattivo che a una simulazione sportiva. La scommessa premia sul piano dell’intrattenimento puro, ma lascia sul campo alcune vittime illustri, a cominciare da un’intelligenza artificiale che fatica a stare al passo con le ambizioni del progetto.

Dal Brasile al trono del mondo

La trama riparte esattamente da dove Rise of New Champions l’aveva lasciata: la nazionale giovanile giapponese ha appena piegato la Germania, e ora si prepara ad affrontare l’intero percorso del Mondiale Under 16, passando per le esperienze all’estero di Tsubasa Ozora, le qualificazioni asiatiche e infine la fase finale iridata. Bandai Namco ha inserito anche un torneo scolastico inedito, che permette di rimettere piede sui campi delle vecchie rivalità liceali indossando questa volta la maglia della Nankatsu contro avversari storici come la Toho.

Chi segue la saga da anni ritroverà il consueto meccanismo narrativo che permette di plasmare un proprio calciatore da zero, personalizzabile stavolta anche nel ruolo di portiere, una possibilità negata nel capitolo precedente. Il curioso paradosso è che questo personaggio inventato entra a far parte della nazionale giapponese senza alcuna reale spiegazione narrativa: appare, viene incluso tra i migliori prospetti del paese, e nessuno sembra farsi troppe domande. Un piccolo sistema di scelte dialogiche, privo di reali conseguenze sulla trama, prova comunque a dare un minimo di spessore caratteriale a un protagonista altrimenti muto.

Sul fronte della scrittura, World Fighters non si discosta dalla tradizione della serie: ritmo compresso, colpi di scena telefonati, nazionali straniere caricaturali fino all’inverosimile e retroscena dei singoli capitani costruiti con la stessa sottigliezza di una telenovela pomeridiana. È esattamente il tipo di eccesso che ha reso Captain Tsubasa quello che è, e chi lo cerca lo troverà intatto. Le partite della campagna intrecciano eventi contestuali che sbloccano tattiche, mosse inedite e scene bonus legate a piccoli traguardi, come segnare un numero preciso di reti con un giocatore specifico, e ogni obiettivo raggiunto restituisce valuta, colonna sonora aggiuntiva, cosmetici e nuove tecniche da assegnare al proprio calciatore.

In termini di durata, la sola campagna richiede circa quindici ore per essere completata, cifra che sale considerevolmente per chi punta a sbloccare ogni singola mossa e obiettivo secondario. A completare il quadro ci pensano gli scenari alternativi post-finale, veri e propri “what if” che permettono di riscrivere l’epilogo del torneo affrontando squadre e situazioni mai comparse nel materiale originale, un contenuto che allunga sensibilmente la vita dell’esperienza principale.

Un calcio che smette di essere calcio

Il vero terremoto rispetto al capitolo precedente riguarda la filosofia stessa del gameplay. Se Rise of New Champions manteneva un’anima arcade riconoscibile, con le super mosse trattate come condimento occasionale, World Fighters ribalta completamente le priorità: ogni singolo calciatore possiede una tecnica personale corredata da un filmato dedicato, e l’intera partita sembra costruita attorno alla necessità di mostrare quante più sequenze spettacolari possibile, quasi ricalcando la filosofia di Inazuma Eleven più che quella di un simulatore calcistico vero e proprio.

Il prezzo da pagare per questa scelta è la fluidità. Basta avvicinarsi all’area di rigore avversaria per innescare una cascata di brevi filmati, tre o quattro secondi ciascuno, in cui i difensori rivali attivano a turno le proprie scivolate speciali. Presa singolarmente, ogni sequenza è godibile; ripetuta dieci volte nell’arco di una partita, diventa un ostacolo al ritmo di gioco che nessuna opzione permette di saltare o accelerare. È il compromesso più evidente di una produzione che ha scelto lo spettacolo a scapito della scorrevolezza.

Cambia radicalmente anche l’approccio a dribbling e contrasti: sparisce la logica a più manovre del predecessore, sostituita da un comando unico governato da un valore di resistenza che si consuma progressivamente a ogni scontro. Le versioni potenziate, Dribbling Max e Contrasto Max, garantiscono la vittoria automatica contro le azioni standard, ma espongono chi le attiva a un breve momento di vulnerabilità durante la fase di caricamento. Solo il Dribbling Perfetto, eseguibile con un comando calibrato al millisecondo, riesce a scavalcare qualunque tentativo difensivo, super mosse comprese.

Il portiere torna centrale

Le due innovazioni più riuscite dell’intero pacchetto riguardano il comparto dei tiri e quello delle combinazioni offensive. Ogni conclusione verso la porta apre ora una piccola sfida psicologica: sia l’attaccante che l’estremo difensore scelgono simultaneamente una tra sei traiettorie possibili, e la corrispondenza tra le due scelte determina l’efficacia della parata. Indovinare significa neutralizzare il tiro senza alcuna perdita di resistenza, anche quando questa è già ridotta al minimo; sbagliare del tutto raddoppia invece il danno subito. È una meccanica che finalmente rende il ruolo di portiere, ora selezionabile anche dal giocatore umano, tutt’altro che marginale, arricchita da due categorie di parate straordinarie attivabili in condizioni specifiche.

Parallelamente, il nuovo indicatore delle concatenazioni premia chi costruisce azioni fluide fatte di dribbling riusciti, recuperi di palla e tecniche speciali, fino a un tetto di dieci passaggi consecutivi. La trovata più interessante sta nella persistenza del contatore anche dopo la perdita del possesso: il valore accumulato non svanisce, ma passa alla squadra che si è appena impossessata del pallone, alimentando un tiro che sarà tanto più rapido da caricare e devastante quanto più alta era la concatenazione ereditata.

Chi ricorda la vecchia Zona Vittoria del capitolo precedente non la ritroverà in questa forma: buona parte delle sue funzioni sono state distribuite tra parate straordinarie e abilità individuali di alcuni personaggi, mentre il resto confluisce nelle inedite tecniche corali di squadra, uniche per ciascuna nazionale ma dall’impatto sensibilmente ridimensionato rispetto al vecchio sistema, complici condizioni di attivazione tutt’altro che immediate da soddisfare.

Un’intelligenza artificiale che rema contro

Al netto di un impianto ludico solido nelle intenzioni, World Fighters inciampa clamorosamente sul fronte dell’intelligenza artificiale alleata. Capita con preoccupante regolarità di ritrovarsi con interi settori di campo completamente scoperti, mentre i compagni controllati dalla CPU restano immobili invece di aggredire l’avversario in possesso palla. Anche il comando dedicato al cambio manuale del giocatore controllato si rivela poco affidabile, spesso assegnando il controllo a un calciatore lontano dall’azione mentre un compagno molto più vicino resta fermo a guardare. I passaggi, poi, soffrono dello stesso male: capita fin troppo spesso che il pallone finisca tra i piedi di un avversario semplicemente perché posizionato sulla traiettoria verso il vero destinatario del passaggio. A peggiorare il quadro contribuisce un fastidioso difetto della telecamera, che in determinate situazioni si avvicina eccessivamente al pallone rendendo difficile leggere correttamente lo sviluppo dell’azione.

Chi aveva apprezzato la libertà di costruire squadre completamente inventate in Rise of New Champions, mescolando calciatori di provenienze diverse per sfide online, dovrà rassegnarsi: World Fighters vincola l’utente alle sole formazioni ufficiali, nazionali e di club, sbloccate progressivamente proseguendo nella campagna, lasciando come unico margine di intervento la scelta di modulo e disposizione tattica. Anche il ventaglio di modalità aggiuntive appare piuttosto risicato: partite libere, sfide competitive con progressione di grado, confronti contro l’intelligenza artificiale o in locale con un secondo giocatore. Il comparto online, non ancora accessibile al momento della prova per l’assenza dei server dedicati, resta al momento un punto interrogativo.

Sul piano tecnico, la produzione mostra un divario piuttosto marcato tra i momenti in campo e quelli fuori. Le sequenze di gioco vero e proprio vantano animazioni curate e modelli dei personaggi fedeli alla loro controparte cartacea, con i filmati dedicati alle tecniche speciali che rappresentano senza dubbio il punto più alto della produzione. Le sezioni dialogate della campagna, al contrario, si affidano ad ambientazioni spoglie e animazioni facciali molto più rudimentali, tradendo un budget evidentemente concentrato altrove. Sul fronte audio, gli arrangiamenti aggiornati delle musiche storiche convincono, e la possibilità di selezionare il doppiaggio giapponese al posto di quello inglese restituisce un’atmosfera decisamente più autentica e coerente con lo spirito dell’opera originale.

Captain Tsubasa 2: World Fighters è un titolo che sceglie con decisione da che parte stare: privilegia lo spettacolo puro rispetto alla fedeltà calcistica, e chi arriva cercando un’esperienza sportiva convenzionale rischia di uscirne deluso dalle continue interruzioni scenografiche. Ma per chi è cresciuto sognando i tiri impossibili di questa saga, l’operazione centra pienamente il bersaglio. Il nuovo sistema di parate e concatenazioni aggiunge profondità tattica dove serviva, la campagna offre ore di contenuti genuini, ma un’intelligenza artificiale inaffidabile e un’offerta di modalità fin troppo essenziale rischiano di limitarne l’attrattiva una volta esaurita la storia principale.

The Review

Captain Tsubasa 2: World Fighters

7.5 Voto

Il ritorno di Holly e Benji che i nostalgici aspettavano, con qualche difetto di troppo. Captain Tsubasa 2: World Fighters riesce a ricreare con grande fedeltà lo spirito spettacolare della serie, grazie a un nuovo sistema di parate e Chain che aggiunge profondità tattica e una modalità Storia ricca di contenuti. L'intelligenza artificiale carente e un'offerta di modalità limitata fuori dalla campagna sono le ombre principali su un titolo che, per i fan storici della serie, resta comunque un acquisto quasi obbligato.

PRO

  • Modalità Storia generosa di contenuti, con aggiunte inedite come il torneo liceale e le storie "what if"
  • Il gameplay ricrea con grande efficacia la spettacolarità tipica della serie
  • Nuovo sistema di parate e Chain aggiungono profondità tattica genuina
  • Super mosse e filmati dedicati resi con grande cura visiva

CONTRO

  • Intelligenza artificiale dei compagni di squadra con diverse lacune evidenti
  • Offerta modalità piuttosto scarna al di fuori della campagna principale
  • Tecnicamente a livelli non elevatissimi

Review Breakdown

  • 7 0
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Andrea "Osso" Fiorini

Andrea "Osso" Fiorini

Giornalista iscritto all'Ordine di Roma. Cresciuto a pane e Commodore 64, riscopre la passione per i videogames proprio quando pensava fosse finito il tempo di giocare. Il suo motto preferito è: "Non prendere la vita troppo sul serio, tanto non ne uscirai vivo!"

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